Uno studente dell’Alternanza Scuola-Lavoro osserva e racconta i meccanismi del Museo dalla sua prospettiva!

Un racconto fresco e divertente, un punto di vista grazie al quale, Francesco (uno dei nostri stagisti), ci ha fatto scoprire “motore” dei nostri musei. Un racconto dedicato a tutti gli Operatori Museali che, come noi, “muovono” e rendono vivi i Musei d’Italia. Una dedica in particolare agli operatori della Cooperativa “Le Macchine Celibi”, il cui nome ha ispirato Francesco.

 

“Se avessi una telecamera al posto degli occhi, vi mostrerei il mondo da una prospettiva diversa” dice Davide Panìco. Ma io la telecamera non ce l’ho e userò la scrittura come mezzo per raccontare una piccola ma intensa storia, fatta di quadri, artisti, sculture e -soprattutto- di persone.

Proprio come una sorta di reporter, vi racconto la mia esperienza di Alternanza Scuola-Lavoro all’interno dei Musei Civici di Ancona. Non spiegherò le opere e non tratterò la sua storia (per quello ci sono delle bravissime guide), parlerò invece di quello che c’è al di là delle opere ma pur sempre all’interno del Museo, cioè il suo motore sempre acceso, in poche parole, Noi.

 

Tra quegli ingranaggi ci sono finito anch’io, Francesco, studente del Liceo Classico Leopardi di Recanati, con la fortuna -forse- di essere entrato in Pinacoteca una settimana prima rispetto all’arrivo degli altri studenti per l’inizio del “famigerato” progetto “Alternanza Scuola-Lavoro”. Una “fortuna” che mi ha fatto sperare di ambientarmi per tempo. Non sto qui a raccontare le volte in cui mi sono perso tra i “cunicoli “ e quelle in cui ho sbagliato a digitare gli infiniti numeri dell’ascensore, ma l’importante, sappiatelo, è saper tornare sempre al piano 0, dove c’è l’uscita (e anche l’arte contemporanea, se volete).

Sono qui piuttosto per raccontarvi che bei momenti mi ha regalato il tempo trascorso nel museo, quando, in quella prima settimana, ero ancora solo in mezzo a tutor e opere d’arte, fino al momento in cui ho dovuto concludere il mio percorso nuovamente da solo.

Forse all’inizio c’era un po’ di imbarazzo, lo ammetto (soprattutto quando ti perdevi tra i piani e sapevi che gli operatori della Pinacoteca ti guardavano dai monitor di sorveglianza, per vedere quanto fossi bravo a fingere di non esserti perso). Un imbarazzo che si è velocemente trasformato in familiarità, permettendo a me e agli altri studenti giunti successivamente, di sentirci a proprio agio e partecipare a pieno titolo alla “macchina celibe” della Pinacoteca.

Ho cominciato dunque il mio personale percorso di Alternanza in preda alle allucinazioni estive e in una Pinacoteca reduce da un affollatissimo evento su Harry Potter. Vengo introdotto agli uffici, parlo con la mia tutor responsabile riguardo alle faccende burocratiche e mi viene presentato il personale.

Subito dopo ecco la prima “mansione”:

mi viene chiesto di fare un viaggio da solo all’interno del Museo, esattamente come un turista. Niente guide o spiegazioni, se non quelle utili a non perdersi (che evidentemente non ho ascoltato granché, date le conseguenze) e qualche breve informazione sulla storia del Museo. Ero a tutti gli effetti un visitatore, ma senza biglietto.

Un affusolato viaggio tra graffiti, scale, disegni, opere e sculture che termina col clou del Museo racchiuso negli ultimi 2 piani: la plasticità delle forme e i dettagli di Crivelli, l’uso dei colori e i significati delle opere di Tiziano o di Lotto, il realismo divino e terreno di Guercino. Insomma, nulla togliere alle opere di Cherubini, Trubbiani o dello straordinario Francesco Podesti (al cui spessore artistico è dedicata la Pinacoteca), ma sono soprattutto queste le colonne portanti della collezione. Termina così il mio primo giorno, e con esso anche la mia “iniziazione” a questi nuovi mondi, dell’arte e del lavoro.

 

Nella giornata successiva sono stato assegnato all’altra sede dei Musei Civici, ovvero il Museo della Città: un museo, nascosto ai piedi della statua del Papa (nell’omonima piazza), capace di raccontare efficacemente il capoluogo marchigiano. Qui, dopo la visita guidata, comincio a capire l’importanza di conoscere le origini e la storia di una città che vedi tutti i giorni, ma di cui non apprezzi appieno il valore: ecco allora che il Museo diventa un importantissimo strumento di consapevole conoscenza! Il resto della prima settimana si è alternato tra mansioni di sorveglianza, di raccolta informazioni sulle opere e di aiuto ai laboratori didattici, durante i quali, ho scoperto, i bambini possono sfogare la loro curiosità nel creare i colori come i vecchi pittori (a patto però che abbiate delle maglie e dei pantaloni di ricambio).

Ma il vero e proprio percorso di Alternanza è iniziato con l’atteso arrivo dei nuovi ragazzi, provenienti da scuole di Ancona e Senigallia. Abbiamo fatto conoscenza in un martedì di fine maggio, dandoci appuntamento nella sala conferenze della Pinacoteca dove, in poche parole, si è deciso il nostro destino nei Musei. Sperimentavamo finalmente il fatidico “primo approccio” tra di noi: mezze parole, sguardi bassi e silenzi degni di adolescenti che s’immaginavano al mare -sorprendente come sono poi evolute le cose-.

Il secondo passo è stato dedicare la giornata al famoso viaggio, stavolta guidato, all’interno della Pinacoteca. Ora, sia per me che per gli altri, il Museo cominciava a prendere colore e a svelarsi. Ora, eravamo anche noi partecipi componenti del telaio museale.

               

               

                 

 

“Potrei farlo io” o “io ho l’attrezzatura per questo”: iniziavamo così a inserirci tra le rotelle del complesso meccanismo. E nei giorni successivi, tra chi s’aggirava per le scale in sorveglianza, chi in sala conferenze relazionava le opere e chi occupava intere sale per fare le foto -provate voi al buio a non abbracciare una scultura e a farla cadere- la Macchina stava funzionando nel migliore dei modi! Nel senso che il clima era molto diverso dall’inizio, e non solo grazie alle risate sulle unghie della Negromante o sulle pessime figure coi turisti stranieri -mai confondere portoghesi con spagnoli o americani con inglesi- ma grazie anche al lavoro di squadra che spesso ci coinvolgeva. Insomma ormai tra di noi si era creato un forte legame; già dopo una settimana il senso d’amicizia c’era, e dopo due, quando gli altri hanno concluso il percorso, è subentrato il dispiacere -ma pure la felicità da parte loro di raggiungere la spiaggia, sia chiaro-.

In fin dei conti credo sia questo uno degli scopi da voler raggiungere, cioè creare un legame tramite la collaborazione, che è il carburante più adatto a mantenere in moto tutto questo.

E anche se alcuni ingranaggi sono nuovi, talvolta presenti solo momentaneamente, e forse ancora fragili e fuggevoli, sono perfettamente funzionanti insieme, ve lo garantisco!

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